Rimpatriate
Inserito: 2008-08-07 ore 14:32:51 - Categoria: Il me medesimo
Mi dicono che i miei 4 lettori sono in aumento, grazie alla pubblicità fatta al gruppo di Sydney. Quindi bisognerà che non lo trascuri, il blog ;-)
Questo post nasce pensando alla rimpatriata che buona parte del gruppo (me compreso, che ho ben accettato una levataccia oggi per parteciparvi) ha avuto ieri sera a casa Mongardi, e da riflessioni fatte con Elena oggi riguardo a tali occasioni.
Pensavo che quando si fanno rimpatriate come queste, dopo esperienze "forti" come una GMG o un campo scuola, c'è un rischio: quello di aspettarsi di ritrovare subito la stessa atmosfera di quella esperienza, la stessa complicità, gli stessi modi di esprimersi. Di solito questo non avviene, ed è giusto così, perché esperienze come quelle devono, come si diceva alla GMG, "tradursi in vita" e non rimanere statiche nel ricordo; non si può tornare a casa e far finta di non esserci tornati. Il problema è appunto che si crea quell'aspettativa e quindi, probabilmente, si rimane delusi anche solo in parte, e si pensa che i rapporti nati durante quell'esperienza si siano già raffreddati.
Beninteso, questa è una considerazione generale. È una sensazione che io ho provato tante volte ai post-campi, post-GMG e quant'altro; non è che ieri mi sia trovato "male" alla rimpatriata, sia ben chiaro! Sono stato ben contento di esserci stato, sono rimasto fino alla fine proprio per questo.
Pensavamo, con Elena, che quest'aspettativa sia normale: anche se tante volte hai sperimentato come l'"atmosfera" di quei momenti non può rimanere sempre, pensi sempre che "stavolta" sarà diverso, che anche in seguito ritroverai il gruppo come lo avevi lasciato. Penso che quest'aspettativa nasca, appunto, dalla paura di perdere ciò che di buono quell'esperienza ti ha portato.
Nel mio caso, l'aspettativa poi nasce anche dal fatto che, non essendo io il tipo di persona che cerca spontaneamente il dialogo con gli altri (devo imparare da gente come Pietro...) mi capita più spesso di "far morire" rapporti perché non mi impegno a conservarli, temendo sempre di "disturbare". Ma questo è appunto un problema mio.
Quale può essere la soluzione, in generale? Le idee a cui pensavamo sono essenzialmente due: maturare la consapevolezza che l'atmosfera di un momento non può (e non deve) rimanere tale, e riconoscere che spesso il "raffreddamento" che si può percepire nei rapporti è solo a livello esteriore, mentre l'interiorità, la profondità del rapporto rimane intatta.
OK, devo ammettere che è un post discretamente contorto, per non dire un altro mattone. Se ritenete di saltarlo, forse fate bene ;-)












